martedì 27 novembre 2012

HipHop Culture | training with Byron

Sabato 24 Novembre si è svolto per la prima volta a Savona al Pueblo Blanco Danzeria - Scuola in cui lavoro come insegnante - uno stage con Byron, danzatore internazionale. 
E' arrivato con i suoi passi, il suo flow e il suo pensiero... ha suggerito,soprattutto ai più giovani, di ricordare sempre che che l'HipHop è prima di tutto cultura, ascolto, musica, cuore.
Venendo dalla strada, nelle sue radici più profonde del "ghetto" e nel suo forte senso di appartenenza, l'HipHop non può e non deve essere solo una disciplina che si limita alla sala di danza. Spesso, frequentando le lezioni di qualsivoglia stile dell'HopHop, ci dimentichiamo che a differenza delle altre discipline esso è scambio, fusione, osservazione del mondo, a volte anche rabbia e rivolta.
Siamo noi insegnanti per primi a dover aprire gli orizzonti alle persone, gli allievi, che hanno fiducia in noi, spingerli a cercare scoprire. Non chiuderli gelosamente tra le pareti delle nostre scuole.
Spingiamoli a vivere ad allenarsi a cercare, forse chissà, saranno grande nutrimento per tutti, anche e soprattutto per noi.









martedì 9 ottobre 2012

Il Restyling della Vergine Maria | i santini del nostro tempo

I simboli religiosi, accanto ai loghi dei fast-food o delle grandi marche, sono generalmente considerati come i simboli più universali che abbiamo; quale idea migliore se non giocare, provocare, ironizzare su una delle icone più famose, la donna più VIP che ci sia nella storia, la protagonista indiscussa dell'Immacolata Concezione?

the One


Nouvelle Lune


L'idea di decontestualizzare la Vergine Maria, affiancandola a icone del nostro tempo, vestendola da super eroina, rappresentandola come un giocattolo, oppure incinta, carnevalescamente travestita, è opera di Soasig Chamaillard - scultrice - artista francese  classe 1976, diplomata all’ Accademia di Belle Arti di Nantes.

Sicuramente e volendo "punzecchiare" il perbenismo, con sorriso ed ironia, (oltre che un indubbio talento artistico) ha dato vita a queste opere, realizzate per il progetto intitolato "Apparition", che io trovo adorabili.

Sulla home del suo sito si presenta come una ragazza "cresciuta in una società cristiana occidentale", da qui lo sviluppo di un immaginario sulla vita un po'particolare e un po'provocatorio.
Questo "gioco" è iniziato con il recupero presso mercatini e garage di statuette danneggate che saputo far rivivere e trasformare. Un "restyling" di questa (Ma)donna, che continua a non mostrare le gambe e le proprie debolezze, anzi vuole essere una super eroina, colorata e smaliziata.
Ogni statuetta, realizzata in gesso e resina, ha un titolo divertente basato su giochi di parole e/o doppi sensi, come ad esempio "Holy Pocket" (la Mary Polly Pocket) o "San Barbie" (la Barbie Maria)

Holy Pocket

Sainte Geisha 2

Dietro queste rivisitazioni, combinazioni improbabili, mix culturali, c'è anche la volontà di una riflessione ben più ampia - a detta dell'artista - sul ruolo della donna nella nostra società. 
Nessuna intenzione polemica, blasfema o anticattolica; solamente un gioco (serio senza dubbio) che, a quanto pare, fa parlare di lei.

Riportando una sua affermazione vi lascio a scartabellare sul web alla ricerca della vostra Mary preferita.

Sono un artista francese che cerca di far conoscere il proprio lavoro. Su quanto faccio posso solo dire che io non uso la Santa Maria Vergine come soggetto per shockare il pubblico cattolico. Mi piace giocare con le icone come fanno i bambini con i loro giocattoli, per cercare di capire il mondo che mi circonda.
Come P. Auster disse: “Il vero obiettivo dell’arte non è quello di creare oggetti belli: è un metodo di riflessione, un mezzo per apprendere l’universo e di trovarvi il proprio posto. È una verità per me. Io cerco di farlo con la mia sensibilità”.

My Little Mary

Super Marie

Hello Mary

giovedì 26 luglio 2012

Nowhere Girls

Le città esercitano su di me un fascino che difficilmente riesco a spiegare con le parole. Mi piace viaggiare da sola, camminare sentendo i miei passi posarsi su migliaia di altri passi impressi sui marciapiedi e le vie.
Quando ho la possibilità di farlo - quando sono in vacanza - mi piace sedermi ad osservare le persone: i loro gesti, i tic, le telefonate frenetiche, le biciclette. Mi sento immersa in questo grande cinema, in una coreografia in continua trasformazione; forse non dovrei osservarli così tanto, ma non posso farne a meno. Ci sono uomini e donne, bambini, anziani, ognuno di loro ha qualcosa da "rubare" - in senso figurato, ovviamente - nella gestualità, postura e colori. In ogni città che visito, desidererei abitare.

Ho intitolato questa foto Nowhere Girls: spesso mi ritrovo a pensare che non vorrei appartenere a nessun luogo, ma esistere in tutti. 

 ©ValeriaChiaraPuppo

lunedì 4 giugno 2012

Laboratorio notturno a Teatro Akropolis - Genova

Cari amici e sostenitori, Controrilievi suggerisce un'occasione imperdibile per conoscere Teatro Akropolis, i suoi attori, il lavoro specifico sul corpo del performer. Laboratorio aperto a tutti, sia persone che abbiano esperienza in campo artistico che persone che desiderano avvicinarsi per la prima volta a questo mondo.

LABORATORIO AL TEATRO AKROPOLIS
Genova
  19 - 20 - 22 - 23 giugno 2012





Durante i quattro incontri, che si terranno durante la notte presso Teatro Akropolis, attraverso esercizi e pratiche sull’azione fisica si affronteranno i temi della ricerca sugli aspetti primitivi dell’azione mitica.
Il laboratorio è condotto da Clemente Tafuri e dagli attori di Teatro Akropolis.

Orari: 19-20-22-23 giugno, ore 22.30 - 06.00




Per informazioni, costi e iscrizioni:
Luca Donatiello
Tel. 329 9777850
E-mail: laboratori@teatroakropolis.com

mercoledì 2 maggio 2012

In arrivo la "POP TRASH ICON COLLECTION"


Mi hanno conquistato subito le nuove t-shirt della "Pop Trash Icons Collection": è bastato uno sguardo alle foto pubblicate in anteprima sul blog di Marina Savarese A.K.A. Morgatta, (di cui ho già scritto in precedenza sul questo blog) visual fashion designer toscana di cui sono fan da parecchi anni a questa parte, che riesce sempre a conquistarmi con qualche genialata vistosa al punto giusto.
Sta per arrivare la pop up collection dedicata a 4 delle icone femminili più trash e amate da tutte le persone di buon gusto. Irresistibile serie di t-shirt oversize tagliate a vivo, sviluppata su i ritratti in chiave ironica di: Cicciolina, Moira Orfei, Ru Paul e Mortiscia Addams, tutte rigorosamente superflat e con seni al vento.


Il progetto nasce dall’incontro creativo di Marina, designer e mente del marchio Pygiama & Superstar con Enrica Mannari, art director e illustratrice. Per la presentazione di questa collezione è stata scelta la fotografa e blogger Francesca Riccioni, che attraverso paesaggi al limite tra il surreale e il post atomico, ha fatto emergere tutta l’energia pop della collezione.


Oltre che le maglie, trovo irrestistibili anche le modelle scelte per questo catalogo perchè loro creano i capi, li indossano e si fanno anche fotografare, armate di tulle, palloncini, occhiali da sole e orecchini che non passano inosservati. Una vera e propria "crew" che unisce le proprie risorse per creare oggetti pop dai magici poteri ammalianti.
Una fashion designer, un’illustratrice, una costumista, una ballerina/modella: 4 personaggi stravaganti per 4 "regine" da indossare con orgoglio.
Per chi ne volesse una, o tutte, si possono comprare sull'ecommerce di Pygiama & Superstar o mandare una mail direttamente a Marina Savarese o Enrica Mannari.


lunedì 30 aprile 2012

Diana F+ | Tentativo Number One

Sono arrivate le prime difficoltà lomografiche! Se avessi letto il libretto delle istruzioni di Diana F+ prima di buttarmi su questa pellicola redscale xr 50-200 forse avrei sprecato meno scatti. Ma io sono convinta di averle lette! Resta il fatto che questa virazione cromatica non mi dispiace.
Ci studierò.







domenica 29 aprile 2012

La "Apple Generation" in mostra a Savona

Ogni tanto la Liguria riesce a stupirmi: luogo natale di cantanti, autori e poeti, questo si sa, ma chi avrebbe potuto immaginare che a Savona avesse sede, da dieci anni a questa parte, un museo dedicato alla Apple?
Pochi sanno,  che il primo museo di questo marchio riconosciuto dalla Casa-madre americana è stato aperto proprio a Savona nel 2002. Ideato e creato dall’Associazione All About Apple, fondata da un team di “feticisti” - così vengono definiti da molti giornali - che hanno raccolto tutti i modelli e prototipi realizzati dal 1976 ad oggi.
Per festeggiare il decimo compleanno di "AAA" è stata organizzata la mostra "Apple Generation 1976-2012" che resterà aperta fino al 20 maggio presso la fortezza del Priamàr di Savona. L'allestimento suddiviso in periodi e arricchito di simboli appartenenti diverse epoche (il flipper, Pac-Man, la Cinquecento, Burt Simpson) permetterà di  vedere, toccare e addirittura usare il primo Macintosh, l’Apple Lisa, il Tam, l’Apple Set Top Box, il Qube, l’Apple III e il Pippin, unico esemplare "senza la Mela".




Le macchine esposte raccontano la nascita, l’evoluzione, la trasformazione dell’informatica inventata da Apple, con la particolarità che il visitatore può usare tutti i pezzi esposti totalmente funzionati, unico caso in tutto il mondo, in un museo di questo genere. Un viaggio tra i computer "cult" per ricordarci da dove veniamo e per sorprenderci un po'della rapidità del progresso.
La mostra rimarrà aperta fino al 20 Maggio con il seguente orario: giovedì e venerdì dalle 14.30 alle 18.30, sabato e domenica dalle 10.30 alle 18.30.
Giorni di apertura ristretti ma ingresso gratuito, sempre gradito!

mercoledì 28 marzo 2012

Falling in Lomo | Analogue Lifestyle

Costoso. Si. Ma rispondo sempre: non fumo, bevo poco, non vado a ballare e non frequento locali a pagamento. Quindi posso permettemi di avere un vizio. Uno solo: la fotografia analogica nell'era del digitale. 
Ho iniziato a fare foto fin da giovanissima, sono cresciuta con le macchine a rullino, con il fascino dell'attesa, aspettando almeno una settimana per poter aprire il malloppo di foto portate a sviluppare.

Quallo che mi affascina è come cambi il senso del tempo tra l'analogico e il digitale, nella frenesia del tutto subito e dell'iper-controllo, ho scoperto che è più affascinante il principio della casualità. L'idea di ritrovare nel malloppo di foto stampate uno scatto che non ci ricordavamo di aver fatto o che ci sorprende, per essere riuscito così diverso da ciò che ci aspettavamo, mi affascina ogni giorno di più.
La lomografia è un particolare approccio all'arte della fotografia, riassumibile nel motto «non pensare, scatta!» e caratterizzato dall'impiego di una macchina fotografica 35 mm compatta, la LOMO.
Nel corso degli anni novanta e duemila ha assunto le dimensioni di fenomeno di moda e di culto a livello mondiale.
Nel 1991 due giovani studenti viennesi visitano Praga. Durante questo viaggio scoprirono la LOMO, una macchina fotografica completamente meccanica progettata e prodotta in Russia da una società specializzata in strumenti ottici per l'esercito. In solo pochi anni riuscirono, non solo a diffondere questa macchina in tutto mondo ma anche a creare un nuovo modo di fotografare. Come hanno fatto? Genialità, strategia, colpo di fortuna, entusiasmo, essere stati nel posto giusto con l'idea giusta nel momento giusto, determinazione ? Sicuramente l'insieme di tutti questi fattori ha contribuito alla trasformazione di una macchina fotografica progettata come oggetto di massa per un popolo socialista, in un oggetto di culto per il mondo capitalista. Per comprendere questo fenomeno bisogna conoscere la mitica storia di questa macchinetta particolare. Il fenomeno Lomografico iniziò nel lontano 1982, in una mattina invernale, ma soleggiata, nella città di S. Pietroburgo. Il generale Igor Petrowitsch Kornitzky, un fanatico della fotografia e il numero due del Ministro in carica per la Difesa e l'Industria nell'unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sbattè una piccola mini-camera giapponese dotata di lenti di vetro, estremamente sensibili alla luce, e robusta nella sua fattura, sul tavolo del suo compagno Michail Panfilowitsch Panfiloff, amministratore delegato di una potente società russa, conosciuta con il nome Lomo, specializzata nella produzione di armi e lenti ottiche. Panfiloff aveva il compito preciso di ridefinire il disegno della macchina e di produrla in grande quantità per il beneficio e la glorificazione del popolo sovietico. Ogni rispettabile comunista avrebbe dovuto avere una propria Lomo automatica ed ogni cittadino avrebbe dovuto usare questa compact camera per fornire un'appropriata documentazione del glorioso stile di vita sovietico. Milioni di macchine fotografiche furono immediatamente prodotte e vendute. I sovietici e i loro compagni socialisti in Vietnam, a Cuba e nell'Est della Germania utilizzarono la macchina documentando gli anni Ottanta e l'ultimo sospiro del comunismo. Nel 1991 viene scoperta da Matthias e Wolfgang, i due studenti che poco tempo dopo questa scoperta decidono di lasciare i loro studi e dedicarsi completamente al mondo LOMO.I due ragazzi rimangono affascinati dalla straordinarietà della loro LOMO, in grado di riprodurre colori brillanti per mezzo di lenti speciali capaci anche di realizzare riprese notturne senza flash: scoprono un nuovo modo di catturare la realtà. Una volta tornati a Vienna, l'entusiasmo di Matthias e Wolfgang per le fotografie ottenute con la loro LOMO contagia altri studenti, amici e artisti e li porta ad inventare un nuovo modo di fotografare: catturare attimi di vita senza guardare attraverso l'obiettivo. Il passo successivo sono delle spedizioni in Russia, durante le quali acquistano e portano clandestinamente in Austria zaini pieni di LOMO. In poco tempo il fenomeno si diffonde velocemente al punto che Matthias e Wolfgang decidono di fondare la LOMOGRAPHIC SOCIETY, in grado di mantenere un rapporto dinamico con la società di San Pietroburgo dove la LOMO camera viene prodotta. Ma con la caduta dell'Unione Sovietica la "Leningràdskoe Optico Mechanischèskoe Objedienieine" (Sindacato degli Ottici e dei Meccanici di Leningrado), estensione dell'acronimo LOMO, viene privatizzata e viene preferito un piano produttivo a favore d'apparecchiature scientifiche e militare mettendo in pericolo il posto di lavoro di centinaia di operai che ogni giorno assemblano manualmente i più di 400 pezzi che servono per creare una LOMO camera. Matthias e Wolfgang riescono a scongiurare tale pericolo facendo aumentare la richiesta delle LOMO.Era una sfida: bisognava trovare un metodo per diffondere queste macchine in meno tempo possibile per far crescere la vendita. In tutto il mondo si creano ambasciate Lomografiche che diffusero, attraverso mostre, feste ed eventi, questo nuovo modo di catturare la realtà. Una squadra d'austriaci parte per St.Pietroburgo per convincere i dirigenti dell'azienda Lomo e il sindaco (che allora era Vladimir Putin) di ricominciare la produzione della LC-A Lomo Compact Camera visto che la richiesta era in continuo aumento. La sfida era vinta, fu celebrata una grande festa con più di 150 lomografi allegri e scatenati venuti da varie parti del mondo a St.Pietroburgo per questa occasione. Il nuovo fenomeno giunge a dimensioni mai immaginate: in America, Giappone, Germania, Inghilterra, Spagna, Austria, Svizzera si scattano fotografie senza guardare attraverso l'obiettivo per non perdere la magia di momenti che si stanno vivendo e perchè la vita reale non si concretizza in pose perfette.Il primo congresso mondiale LOMO si svolse a Madrid nel 1997. In questa occasione si potè ammirare il più grande muro-Lomografico mai realizzato, un puzzle di migliaia di fotografie, di ben 150 metri x 2. Numerose partecipazioni a fiere, come la Photokina a Colonia nel 1996 e nel 1998, alla biennale di Venezia, i giochi " LomOlymPics " nel 2001, contribuirono ad aumentare la popolarità della piccola, pratica macchinetta russa. Lomografare non é solo un nuovo modo di fotografare ma anche un nuovo modo di comunicare. Il principio più importante della filosofia LOMO è senz'altro lo scambio d'idee ed esperienze, ci sono in tutto il mondo gli ambasciatori LOMO con il compito di diffondere e divulgare questa idea, anche attraverso siti Internet; in questo modo gli utilizzatori della LOMO hanno l'opportunità di mostrare a tutti le loro creazioni a volte bizzarre. La LOMO ha causato una rivoluzione nel mondo della fotografia; quasi zen nel fotografare "Don't think, just shoot ", la libertà di tenere la LOMO in qualsiasi posizione, prolungando insieme al tuo braccio il tuo occhio e la tua mente, ti consente di scattare immagini inattese.
(fonte -  http://www.tabularasadesign.it) 

Il Lomodecalogo é la sintesi di questo modo di fotografare:
  1. Porta la tua Lomo ovunque vai, a letto, al Gorky Park, in lavanderia mentre aspetti il tuo bucato, prendi la tua Lomo in mano e ti sembrerà che tutto intorno a te si riempia di vita vibrante.
  2. Usala sempre giorno e notte, devi essere preparato a scattare foto 24 ore su 24, tieni la tua Lomo sempre a portata di mano.
  3. La Lomografia non è un'interferenza con la tua vita: é parte di essa e deve diventare una cosa essenziale come mangiare/parlare/camminare/ridere/amare, Lomo è un segno potente che sei vivo.
  4. Avvicinati il più possibile all'oggetto del desiderio LOMOgrafico, così tutti potranno vedere che lomografare é la cosa più normale di questo mondo.
  5. Non pensare, scatta! Le prime impressioni sono le più valide, abbi fiducia in te stesso!
  6. Sii veloce, cogli le sensazioni rapidamente.
  7. Non preoccuparti in anticipo di quello che rimarrà impresso.
  8. Non preoccupartene neppure dopo, il risultato sarà solo il miscuglio della tua esperienza lomografica più la fortuna.
  9. Allenati a mano libera, scatta senza guardare, non é necessario osservare il viewfinder, al contrario " try to shoot from the hip", con occhi chiusi, tenendo la Lomo in alto, in basso, dietro la schiena, per darti più libertà nella scelta delle prospettive.
  10. E per ultimo ma non meno importante, non badare alle regole !!
I lomografi rimangono all'analogico, il digitale non interessa (in realtà tutti possiendono una macchina digitale ma il vero Amore resta Lomo)

Venduta su sito di Lomography come una macchina da party-boy e party-girl, io trovo la mia Lomo Fisheye2, alias "la Caramella" un giocattolino irresistibile. Mia compagna di avventure, amore di plastica, ha vertiginosamente aumentato il piacere di uscire, passeggiare, osservare, creare.
Ecco qualche scatto rubato alla città di Genova.


Genova vista dal Santuario Nostra Signora del Monte


Genova. Via XX Settembre e Ponte Monumentale

Genova. Piazza De Ferrari

Genova. Trattoria da Maria con mamma e fratello


Teatro Gustavo Modena

Falling in lo..mo 
Have a nice day!
v.

martedì 28 febbraio 2012

L'arte come atto di responsabilità

La vita riserva sempre sorprese, come saggiamente ci ha ricordato nella celebre frase Forrest Gump usando la similitudine della "scatola di cioccolatini".
Ebbene quando sono stata più certa di aver capito (quasi) tutto del mondo della danza, quando mi sono sentita sicura del mio gusto compositivo e delle grammatiche del linguaggio del movimento, certa di aver capito il mio corpo e di conoscerlo, mi sono imbattuta in qualcosa di nuovo.
Un'avventura teatrale. Si parla di un teatro anti-convenzionale, lontano dalle questioni mimetiche e rappresentative, certamente.. Non mi sarei mai avvicinata ad un'esperienza tanto lontana dalla mia formazione, se non avessi individuato in questo luogo dei criteri interessanti per ciò che riguarda la scoperta del corpo come mezzo espressivo. 
Un teatro che ricerca una forma primitiva, che fonda le sue origini nel teatro greco (tentativo fallimentare della povera Isadora Duncan che ha confuso il mondo greco con le tuniche bianche) in quello che Nietzsche individua come Origine, con la O, del Teatro con la T.
E'difficile "ricominciare" daccapo, di nuovo, una ricerca su se stessi. In quanto uomini, artisti, performer. Quando possiedi un codice con estrema convinzione ti senti autorizzato ad esserne portatore (possibilmente sano) e non accetti che questo codice di movimento in realtà nasconda il tuo vero essere.
Il grande errore, dal mio personalissimo punto di vista, è identificarsi con la "propria" arte: questo IO SONO ciò che faccio mi ha sempre impaurita e preoccupata. L'arte è un'espressione talmente vasta e "misteriosa" nei confronti dell'umano che non lascia spazio all'idea del possesso e delle categorizzazioni. 
Sono un attore, sono un danzatore, sono un regista, un coreografo. Sono, sono... L'arte soffocata dall'ego. Questa ricerca spasmodica di sentirsi qualcosa, qualcuno, mi ha accompagnata per molto tempo. Quando credevo che per essere "portatrice di danza" mi sarei dovuta nutrire, ingozzare di danza, della danza simile a me. Invece scopro giorno per giorno che il nutrimento va cercato altrove. Va cercato nei luoghi in cui la pensano diversa da te, da cui trarre spunti di riflessione, dove devi scandagliare gli aspetti che non sono chiari, per poter sviluppare un pensiero autonomo, creativo ed indispensabile per riuscire nella "missione".
Con ciò non voglio dire che ci si deve sentire autorizzati a non conoscere il più piccolo aspetto teorico e tecnico dell'arte che si "sceglie" per la propria vita. Sarebbe gravissimo. Penso però che si debba sempre, parallelamente, andare oltre. Che si debba cercare altrove ispirazioni e principi.
La curiosità è un grandissimo valore, verso cui cerco di spingere tutte le persone che incontro in qualità di insegnante. Pochi sono in grado di comprendere la "portata" di un'arte come la danza. Purtroppo è un'arte che si presta ad essere considerata come espressione di bellezza, grazia, eleganza. Ma se la danza è un'espressione umana, come può limitarsi alla dimensione estetica?
Come possono allievi accontentarsi di indossare "body e tutù" senza avere sete di sapere, di conoscere le origini di ciò che fanno? La ricerca è possibile, abbiamo tutti gli strumenti: internet in prima battuta, libri, tesi, video.
Solo un consiglio: spegnete la televisione e andate a vedere spettacoli, sviluppate un senso critico e una sensibilità emotiva, meno razionale possibile.
Come insegnano nel teatro "misterioso" dove sto sperimentando il mio percorso di attrice alle prime armi, avvicinarsi ad un'arte è un atto di grande responsabilità.
Mi interrogo tutti i giorni sulla mia responsabilità, è un percorso tortuoso che mi fa sentire un'outsider. Ma in fondo penso di esserlo da sempre. 

 "Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. E’ quello il punto al quale si deve arrivare."
Franz Kafka

La Danza (La danse) è un dipinto di Henri Matisse del 1909.





martedì 21 febbraio 2012

Switch OFF! Smile ON! | Designer giapponesi per la campagna anti-sprechi

Una campagnia iniziata quasi un anno fa, di cui scopro l'esistenza solo sta mattina.
Ne sono rimasta contenta e affascinata e decido di condividerla, nonostante non si parli di una notizia freschissima, credo che valga la pena di dare un'occhiata a queste bellissime immagini pubblicitarie.



Marzo 2011 - In Giappone un gruppo di graphic designer ha creato un sito, www.pstr.jp, per presentare i poster diffusi nelle strade, nei luoghi pubblici, in televisione per la nuova campagna anti sperchi.
Il messaggio più significativo è il risparmio energetico.  Mentre l’evoluzione della catastrofe nucleare è ancora tutta decifrare, il governo è sceso in campo, in accordo con le amministrazioni locali, con una martellante campagna pubblicitaria per invitare la popolazione a ridurre i consumi energetici. La parola d’ordine è molto chiara: non sprecare.. Le frasi scritte a caratteri cubitali sui manifesti contengono una serie di indicazioni che riguardano i consumi domestici, l’uso di computer, cellulari e televisioni, la mobilità in automobile. All’insegna dello slogan “risparmiamo energia per la ricostruzione”,  i giapponesi sono invitati a non lasciare gli apparecchi in stand by,  a mettere in funzione lavatrici e lavastoviglie nelle ore notturne, a spegnere le luci in casa. E perfino a preferire il vecchio rasoio con le lame ai rasoi elettrici quando bisogna tagliare la barba. La campagna di informazione va ben oltre l’emergenza e, all’insegna dell’idea di trasformare il risparmio in un’abitudine collettiva e individuale, invita anche ad altri, importanti cambiamenti degli stili di vita. Per esempio: Trasformiamo il tempo passato davanti alla televisione, oppure collegandosi con Internet,  nel tempo per la conversazione. Oppure, comprare solo il necessario, evitando gli acquisti compulsivi, la febbre dello shopping, e lo spreco di oggetti che poi non vengono utilizzati. Sono cose che possiamo fare tutti, ogni giorno e con semplicità, avvertono i manifesti del governo. 


Quanto all’automobile, l’appello è di usarla in città quando è necessario, preferendo i mezzi pubblici, la bici e le più salutari passeggiate. In alcuni manifesti, infine, viene indicato il consumo di energia per ciascun elettrodomestico o gadget elettronico. La campagna per il risparmio energetico in Giappone fa appello sui sentimenti di unità nazionale del popolo (“Uno per tutti, tutti per uno. Tutti insieme risparmiamo energia” recita un poster), e i risultati sono già molto concreti. Nelle ultime due settimane, da quando sono partiti gli appelli alla popolazione,  la domanda di elettricità dei giapponesi è scesa di circa il 10 per cento. Un taglio reso possibile solo da due parole: non sprecare.



Ancora una volta l'arte si fa portatrice di un messaggio e il disciplinato popolo giapponese la ascolta.





lunedì 20 febbraio 2012

Banksy, un vandalo da amare

Diretto. Irriverente. Sovversivo. Seducente. Connessioni surreali che allo stesso tempo sottolineano una critica alla società a tutto campo. Un percorso atipico per un artista di strada, Bansky si muove nell'anonimato da Bristol (sua città di origine) a partire dalla fine degli anni ottanta iniziando dalla strada, per arrivare anche a gallerie e musei. 
Banksy ha disseminato immagini ironiche, sferzanti, antiautoritarie negli angoli più inaspettati del mondo trasformando il vandalismo in un'azione artistica senza precedenti.
Viene definito un "Robin Hood" da Thierry Guetta, videomaker francese che ha dedicato gran parte della sua vita a documentare l'opera dei più grandi esponenti della street art, nonchè protagonista del primo film di Banksy "Exit Through The Gift Shop" (2010).
Nei primi minuti del documentario, Banksy, l'anonimo incappucciato afferma: «Ho girato un film su uno che voleva fare un film su di me».
Le azioni più forti firmate Banksy sono le incursioni nei musei, per la prima volta nel 2003 entrò come comune visitatore al British Museum di Londra e appese ai muri, tra i capolavori dell’arte, alcune delle sue creazioni.
Geniale. Banksy si presenta al mondo.
L'effetto mediatico fu immediato. Riflettori puntati su quadri dipinti in perfetto stile settecentesco, con l'aggiunta di alcuni particolari completamente anacronistici: nobili del Settecento con bombolette spray, dame di corte con maschere antigas, ecc. 
Eppure Banksy è un vandalo, stravolge e trasforma opere di valore pubblico, "imbratta" le strade. Una delle vandalizzazioni più quotate e famose è una cabina del telefono, presa dalle strade di Londra, tagliata, spezzata, lavorata in studio e ricollocata per la strada. Guardata per giorni con sospetto dagli inglesi, l’atto vandalico fu venduto all’asta da Sotheby’s per quasi mezzo milione di sterline.

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Banksy. Phonebox.
Banksy critica la società del consumo, il militarismo, l'arte. Ed è ancor più irriverente nel suo essere diventato famoso. Ride, forse, perchè lui il mondo che lo vuole famoso "lo schifa".
Furbo come ogni writer che si rispetti, riesce sempre a evitare la security, anche a Disneyland, dove nel 2006 prima del memorial dell'11 settembre è riuscito a "esporre" una riproduzione a dimensioni naturali di un prigioniero di Guantanamo.
Banksy è definito dai giornali anglosassoni un "guerrilla artrist" per il suo carattere sovversivo.
Una delle opere più coraggiose improntate sul senso della guerra e l'esclusione sono i nove graffiti  realizzati da Banksy sulla West Bank Barrier in Cisgiordania nell' agosto del 2005, essi si configurano come realizzazioni di idee-utopie volte al superamento del muro. Sempici, fiabesche, quasi innocenti, come la semplice scala che potrebbe essere disegnata da un bimbo speranzoso.

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Banksy. Balloon Girl.
Decontestualizzare per criticare il sistema: questa è la sua tecnica che ha scosso il pubblico con l’installazione dei chicken Mc Nuggets in un’aia, o i bastoncini di pesce messi in un acquario.
Mi piace. Mi piace tantissimo. Vorrei sapere usare il suo sarcasmo per creare qualcosa di geniale nel mondo di cui mi occupo, del mondo di cui sono stufa, che mi fa sentire stretta nei suoi codici e i suoi "imperi". 
Senza dubbio scaltro e fortunatissimo, ogni giorno scopro qualcosa di questo "lui" che mi fa pensare che le sue (dis)connessioni sono meravigliosamente azzeccate. Lo invidio. Per non averci pensato prima io.

Consiglio a tutti il film "Exit Through The Gift Shop", specialmente a coloro che hanno pregiudizi sulla street art e chi si sente offeso e infastidito da questa forma di espressione.

Per i viaggiatori: Banksy Locations Map in London

Vi saluto con una frase "rubata" dal sito di Banksy "Si prega di non seguirmi su Facebook o Twitter perché non sono lì."




domenica 19 febbraio 2012

Ho il diritto di non applaudire | Appunti di una spettatrice

Basta poco per sentirsi offesi, ricattati da alcuni registi che in nome della loro fama e del loro nome scelgono di mettere in scena insulse opere appiccicando etichette di "tendenza" quali: teatro di ricerca. Teatrodanza.
Premetto che questa non vuole essere una critica di un'esperta, ma una riflessione libera di una libera spettatrice, che rispetta immensamente ogni espressione artistica, purché sia sostenuta da "qualcosa", abbia fondamenta reali, fatte di fatica e pensiero.
Mi trovo reduce da una delle esperienze più faticose della mia vita di spettatrice. Un teatro pieno quello che attende la rappresentazione di Enrico V di Pippo Delbono, nella "sua" Genova.
Uno Shakespeare scarnificato: interessante. Forse.
La sua inconfondibile voce è caratterizzata da due tipologie espressive, urlo/mi confido a voce bassa. Vengo sottoposta alla creazioni di immagini forzate, anzi peggio, forzatamente copiate da spettacoli già visti triti-ritriti, una povera Bausch violentata nelle sue forme espressive più intime.
Stesse formazioni, stessi gesti, stesse atmosfere. Un copia-incolla che di ricerca ha poco.
Definito nei migliori siti di teatro europei un genio del teatro sperimentale, Pippo Delbono sceglie di rappresentare se stesso, come spesso succede a chi si è troppo abituato a stare sulla scena.
Un continuo non-giustificato uso dei corpi: sono presenti un gran numero di corpi-possibilità sulla scena, che non vengono usati. Sono una cornice che si monta e si smonta a servizio di tre attori stanchi, senza energia e soluzione.
La ricerca musicale, unico punto a favore. Ma anche qui si tratta di una ricerca ad effetto. Troppo facile vincere utilizzando le atmosfere Bauschane di Koktakthof, la musica francese anni '30. Troppo facile usare gli alti volumi e usare un sordo "Urlo" di Munch. A questo punto, preferisco una scelta radicale di svuotamento. Preferisco pagare il biglietto per un palco deserto e ascoltare buona musica. Mi sentirei meno offesa.
Rubando una frase alla persona più importante della mia formazione artistica, definirei ciò che ho visto/subìto "l'avanguardia della retroguardia".
Quindi nasce in me e in altri spettatori con cui condivido esperienze teatrali, riflessioni intellettuali e di ricerca, la domanda del perchè il pubblico e la critica sostengano determinate realtà. Non si tratta di una ricerca estetica, non pretendo di vedere qualcosa di bello, non mi interessa: voglio ricevere, voglio stare male, voglio esser posta davanti a qualcosa che non sono in grado di affrontare. 

"Il teatro di Pippo Delbono si basa su un rigoroso lavoro sul corpo e sulla voce. Gli spettacoli realizzati con la sua compagnia sono stati presentati in più di 50 paesi del mondo. Enrico V - la sua unica creazione basata su un testo teatrale - è il solo allestimento italiano tratto da Shakespeare andato in scena alla Royal Shakespeare Company."

Da queste righe rubate ad uno dei tanti articoli trovati in rete, posso dedurre di aver assistito ad uno spettacolo importante, che ha ritagliato un suo spazio su palchiscenici e realtà molto ambite.
Quindi? sono io a non aver strumenti a sufficienza per saper trovare la qualità in quest'opera? 
Il problema delle etichette è il motore che smuove le mie riflessioni. Tutto diventa teatro, tutto diventa danza. Non è il fatto di decidere di muoversi a legittimare l'uso del movimento.
L'uso del corpo, deve essere dettato dalla necessità espressiva. 
Credo che non tutti possano permettersi di ispirarsi alla pioniera del teatrodanza, poichè essa porta con sè una dimensione poetica capace di tradire il corpo e il movimento a servizio dell'espressione, rendendola unica ed irripetibile. Non è zompettare su un palco una necessità, è una scelta. E si vede. Si sente.
Cari registi, coreografi, manager dello spettacolo, non crediate che il pubblico sia un grande contenitore in cui riversare i vostri deliri di onnipotenza. Non crediate che tutto sia concesso, solo perchè siete stati baciati dalla fortuna, o meglio dalla critica.
Finchè vi accontenterete di essere applauditi per il vostro nome e non per la vostra opera, non ci sarà mai innovazione. Ho più paura di chi giudica, chi premia, chi ha il potere di rendervi famosi, che di voi.

Frammento di training durante le prove di Enrico V



martedì 14 febbraio 2012

Il fascino della perfezione | Vaganova e il Balletto Classico


Oggi ho avuto l'occasione di assistere ad una lezione del VII° corso Vaganova in un' Accademia della mia città, rimanendo strabiliata dalla perfezione dei corpi scolpiti dalla danza classica.
La tecnica Vaganova, di origine russa e poi importata in tutto il mondo, ha il potere di incantare l'occhio di qualsiasi spettatore, forse ancora di più l'occhio di chi quell'insegnamento lo ha vissuto sulla propria pelle, i propri tendini e articolazioni, come me.
Agrippina Jakovlevna Vaganova (1879-1951) fu colei che perfezionò e sistematizzò l'arte del balletto classico e la scuola Russa.
Con il libro "Basi Principali del Balletto Classico", uscito per la prima volta nel 1934, il Balletto Russo si è consolidato a livello mondiale, attraversando i confini di tutti i paesi.
Il metodo spiegato in questo libro, di cui io posseggo una preziosissima prima edizione (tradotta in italiano) del 1976, è finalizzato all'insegnamento del balletto classico e rappresentò un notevole contributo non solo alla pratica della danza ma anche alla teoria.
Il merito di Agrippina Vaganova è stato quello di analizzare in modo dettagliato i singoli elementi tecnici, prendendo tutti i passi della tradizione accademica, ed aver elaborato un sistema severissimo di esercizi caratterizzato da un crescendo di difficoltà tecnica e complessità compositiva (esecutiva e di combinazioni), graduato in otto anni di studio, organizzato in modo da assicurare uno studio progressivo, in grado di sviluppare muscolatura, musicalità e coordinazione.


Senza dilungarmi troppo sulla storia di questo metodo, desidero soffermarmi su ciò che questo metodo "smuove" in me.
Sottoporre il corpo al "trattamento Vaganova" significa innanzitutto decidere di trasformarlo radicalmente, con una dedizione quotidiana, con una delle maggiori dosi di fatica e caparbietà che mai mi sia capitata di osservare in altre discipline della danza.
Ogni giorno è utile a costruire, a rafforzare, a disciplinare l'intero corpo, sublimando la fatica (cercando di farlo nel migliore dei modi) al servizio dell'estetica. Componente dominante.
Le posizioni non sono mai transitorie, il Metodo non permette di sfuggire alle posizioni più faticose e dolorose, anzi, obbliga (spesso per degli "accordi" tra danza e musica) a restare lì il più possibile, per poter abituare il corpo a reagire, ad essere veloce e preparato muscolarmente.

Osservare quei corpi impegnati a oltrepassare il proprio limite mi ha fatto rivivere alcuni momenti di grande gioia e alcuni di grandissima demotivazione, mi ha fatta partecipare alla loro fatica e al loro respiro.
Sono gambe meravigliose, quelle scolpite da Vaganova, sono gambe stese e capaci di reggere fatiche "disumane". Mi chiedo come una disciplina così pogo gentile nei confronti dell'anatomia naturale dell'uomo possa rendere un movimento così aggraziato, così perfetto ed etereo.
Ancor più mi stupisce come ci siano ancora oggi ragazzi giovani, giovanissimi, disposti a soffrire così tanto e spendere così tanto tempo per il proprio grande amore che è la danza.
Li ammiro. Credo nel loro sogno anche io nelle ore in cui li osservo, perchè lo meritano, chi più chi meno, forse anche perchè la natura li ha premiati, dando loro anche ruotate, schiene flessibili e bei piedi.
Osservare le loro mani scivolare sulla sbarra, acchiapparla con forza prima di cadere da un equilibrio o da un giro, riconoscere in loro tutti i "vizi" e le attitudini di ogni danzatore, come scrocchiarsi le dita dei piedi, tirare la schiena e i tendini stanchi, appena se ne ha l'occasione, tra un esercizio e l'altro.
Ho scoperto ancora una volta di avere anche io una sensibilità estetica che a volte dimentico di avere, di essere rapita dal fascino dei capelli disciplinati in uno chignon.
Stasera ho un po' voglia di sognare, forse oggi mi sono ricordata perchè, tra le tante inclinazioni artistiche e creative che possiedo, ho scelto la danza.
Chi mi conosce lo sa che difficile rapporto ho avuto con la "signora Vaganova", nonostante tutto la ringrazio perchè ho imparato il valore della sofferenza, della disciplina, del "niente è impossibile", del "non ci sono scuse", che il corpo va combattuto, non solo vissuto per come è. Ho imparato a distinguere cosa è di qualità e cosa non lo è. Ho imparato ad innamorarmi di un movimento, che dura quel che dura e se lo volessi rivedere uguale, so che non sarebbe più lo stesso.
E' bello sapere che non tutti possono farlo, mi commuove come un atleta che taglia il traguardo non vedendo nessuno farlo prima di lui.
Ebbene si, devo ammetterlo: siamo fortunati se almeno per poco, in qualunque momento della nostra vita, abbiamo incontrato la danza classica.


Fonti: "Basi Principali del Balletto Classico" di Agrippina Vaganova, Ed. italiana a cura di Giuseppe Rota e Paolo Bergotti, Tersicore Milano 1976


domenica 12 febbraio 2012

Vèronique Doisneau | Decostruzione di una favola


Un assolo che dura per sempre, un palco troppo grande, troppo vuoto, quello che ospita Véronique Doisneau, nome dell'opera e della protagonista della piéce di Jérôme Bel del 2004.
Una voce timida e opacizzata dalla fatica del corpo ci prende per mano e accompagna all'interno dell'Opera de Paris, creando una dicotomia tra lo sfarzo, la perfezione architettonica e l'imperfezione dell'umanità.
Véronique Doisneau sola sulla scena, nella sua ultima performance, arrivata, a 42 anni all’età del pensionamento, riconsidera la propria carriera di ballerina all’interno di una delle più temute istutuzioni della danza. 
Il solo Véronique Doisneau è un tributo ai danzatori del corpo di ballo, figure di minor rilievo, che hanno abbandonato il sogno di diventare etoile.
I suoi abiti raccontano molto della sua vita, una divisa senza tempo, una calza maglia per coprire le spalle, un tutù sgualcito e le scarpe da punta.
Si presenta, racconta della propria vita, i figli, la sua quotidianità, ciò che sfugge ad ogni spettatore davanti ad un corpo di ballo, troppo preso ad ammirare la bellezza e la potenza di un danzatore per poter invece pensare alla sua umanità.
Siamo abituati a vivere e pensare la danza come esperienza straordinaria, quasi "disumana". Il racconto spoglio di Véronique è una confidenza profonda, è l'intimo capace di sfiorare la sensibilità di un pubblico che è poco abituato a cercare la verità.

Canticchia una delle variazioni che preferisce, tratta dal terzo atto de "La Bayadère", la danza, come una bimba nella propria camera da letto. Respira a fatica, la voce trema. Non è facile accettare di vedere la danza in questo modo, spogliata di tutto il suo apparato musicale, costumistico e scenografico. 
Il solo Véronique Doisneau è la "confessione" di ciò che lei è, le lunghe pause, la necessità di bere dalla bottiglietta dell'acqua.
Racconta di sè, dei propri gusti a proposito di coreografia, di ciò che ha imparato da Merce Cunningham: danzare in silezio, ascoltare il ritmo dei danzatori.

Ci si perde in questo racconto, che con drammaticità racconta un mondo difficile, fatto di frustrazioni, forse di rimpianti, di fragilità. Confida le proprie debolezze, storie di un fisico non del tutto idoneo alla carriera di danzatrice, la frustrazione davanti alle gerarchie del teatro, un' ironia che ci racconta sogni infranti, la fatica di essere parte di un corpo di ballo che per necessità estetiche lascia immobili in una posa per minuti e minuti un'artista. Ci avete mai pensato? Il "Lago dei cigni" eseguito da una danzatrice "di fila", i lunghi minuti di immobilità, essere un "decoro umano" al servizio delle "star". Confida il suo bisogno di urlare, durante il secondo atto di uno degli spettacoli più famosi della storia.
Un grande esempio di come la macchina teatrale non sia nella realtà come appare. L'unica verità di cui sceglie di godere, Véronique, sono gli applausi del pubblico, la "sua parte preferita", dopo essersi inchinata più volte, raccoglie i suoi pochi oggetti di scena e lascia il palcoscenico. Forse per sempre.

Jérôme Bel ha compiuto un atto di estrema libertà, cercando di investigare da nuovi punti di vista alcuni aspetti della danza, che poi fanno parte del grande "magma" dell'esperienza umana, mostrando la natura dell'essere, che piaccia oppure no.

Se avete un po'di tempo (37minuti) da dedicare a voi stessi, non perdete questa occasione.

 

 

 





"Véronique Doisneau" ideazione Jérôme Bel con Véronique Doisneau estratti di coreografie di Jean Coralli & Jules Perrot, Marius Petipa, Merce Cunningham, Rudolf Nureyev.
Produzione film Opéra National de Paris – Telmondis 2005  (37’)
realizzazione film Pierre Dupouey e Jérôme Bel.