martedì 28 febbraio 2012

L'arte come atto di responsabilità

La vita riserva sempre sorprese, come saggiamente ci ha ricordato nella celebre frase Forrest Gump usando la similitudine della "scatola di cioccolatini".
Ebbene quando sono stata più certa di aver capito (quasi) tutto del mondo della danza, quando mi sono sentita sicura del mio gusto compositivo e delle grammatiche del linguaggio del movimento, certa di aver capito il mio corpo e di conoscerlo, mi sono imbattuta in qualcosa di nuovo.
Un'avventura teatrale. Si parla di un teatro anti-convenzionale, lontano dalle questioni mimetiche e rappresentative, certamente.. Non mi sarei mai avvicinata ad un'esperienza tanto lontana dalla mia formazione, se non avessi individuato in questo luogo dei criteri interessanti per ciò che riguarda la scoperta del corpo come mezzo espressivo. 
Un teatro che ricerca una forma primitiva, che fonda le sue origini nel teatro greco (tentativo fallimentare della povera Isadora Duncan che ha confuso il mondo greco con le tuniche bianche) in quello che Nietzsche individua come Origine, con la O, del Teatro con la T.
E'difficile "ricominciare" daccapo, di nuovo, una ricerca su se stessi. In quanto uomini, artisti, performer. Quando possiedi un codice con estrema convinzione ti senti autorizzato ad esserne portatore (possibilmente sano) e non accetti che questo codice di movimento in realtà nasconda il tuo vero essere.
Il grande errore, dal mio personalissimo punto di vista, è identificarsi con la "propria" arte: questo IO SONO ciò che faccio mi ha sempre impaurita e preoccupata. L'arte è un'espressione talmente vasta e "misteriosa" nei confronti dell'umano che non lascia spazio all'idea del possesso e delle categorizzazioni. 
Sono un attore, sono un danzatore, sono un regista, un coreografo. Sono, sono... L'arte soffocata dall'ego. Questa ricerca spasmodica di sentirsi qualcosa, qualcuno, mi ha accompagnata per molto tempo. Quando credevo che per essere "portatrice di danza" mi sarei dovuta nutrire, ingozzare di danza, della danza simile a me. Invece scopro giorno per giorno che il nutrimento va cercato altrove. Va cercato nei luoghi in cui la pensano diversa da te, da cui trarre spunti di riflessione, dove devi scandagliare gli aspetti che non sono chiari, per poter sviluppare un pensiero autonomo, creativo ed indispensabile per riuscire nella "missione".
Con ciò non voglio dire che ci si deve sentire autorizzati a non conoscere il più piccolo aspetto teorico e tecnico dell'arte che si "sceglie" per la propria vita. Sarebbe gravissimo. Penso però che si debba sempre, parallelamente, andare oltre. Che si debba cercare altrove ispirazioni e principi.
La curiosità è un grandissimo valore, verso cui cerco di spingere tutte le persone che incontro in qualità di insegnante. Pochi sono in grado di comprendere la "portata" di un'arte come la danza. Purtroppo è un'arte che si presta ad essere considerata come espressione di bellezza, grazia, eleganza. Ma se la danza è un'espressione umana, come può limitarsi alla dimensione estetica?
Come possono allievi accontentarsi di indossare "body e tutù" senza avere sete di sapere, di conoscere le origini di ciò che fanno? La ricerca è possibile, abbiamo tutti gli strumenti: internet in prima battuta, libri, tesi, video.
Solo un consiglio: spegnete la televisione e andate a vedere spettacoli, sviluppate un senso critico e una sensibilità emotiva, meno razionale possibile.
Come insegnano nel teatro "misterioso" dove sto sperimentando il mio percorso di attrice alle prime armi, avvicinarsi ad un'arte è un atto di grande responsabilità.
Mi interrogo tutti i giorni sulla mia responsabilità, è un percorso tortuoso che mi fa sentire un'outsider. Ma in fondo penso di esserlo da sempre. 

 "Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro. E’ quello il punto al quale si deve arrivare."
Franz Kafka

La Danza (La danse) è un dipinto di Henri Matisse del 1909.





martedì 21 febbraio 2012

Switch OFF! Smile ON! | Designer giapponesi per la campagna anti-sprechi

Una campagnia iniziata quasi un anno fa, di cui scopro l'esistenza solo sta mattina.
Ne sono rimasta contenta e affascinata e decido di condividerla, nonostante non si parli di una notizia freschissima, credo che valga la pena di dare un'occhiata a queste bellissime immagini pubblicitarie.



Marzo 2011 - In Giappone un gruppo di graphic designer ha creato un sito, www.pstr.jp, per presentare i poster diffusi nelle strade, nei luoghi pubblici, in televisione per la nuova campagna anti sperchi.
Il messaggio più significativo è il risparmio energetico.  Mentre l’evoluzione della catastrofe nucleare è ancora tutta decifrare, il governo è sceso in campo, in accordo con le amministrazioni locali, con una martellante campagna pubblicitaria per invitare la popolazione a ridurre i consumi energetici. La parola d’ordine è molto chiara: non sprecare.. Le frasi scritte a caratteri cubitali sui manifesti contengono una serie di indicazioni che riguardano i consumi domestici, l’uso di computer, cellulari e televisioni, la mobilità in automobile. All’insegna dello slogan “risparmiamo energia per la ricostruzione”,  i giapponesi sono invitati a non lasciare gli apparecchi in stand by,  a mettere in funzione lavatrici e lavastoviglie nelle ore notturne, a spegnere le luci in casa. E perfino a preferire il vecchio rasoio con le lame ai rasoi elettrici quando bisogna tagliare la barba. La campagna di informazione va ben oltre l’emergenza e, all’insegna dell’idea di trasformare il risparmio in un’abitudine collettiva e individuale, invita anche ad altri, importanti cambiamenti degli stili di vita. Per esempio: Trasformiamo il tempo passato davanti alla televisione, oppure collegandosi con Internet,  nel tempo per la conversazione. Oppure, comprare solo il necessario, evitando gli acquisti compulsivi, la febbre dello shopping, e lo spreco di oggetti che poi non vengono utilizzati. Sono cose che possiamo fare tutti, ogni giorno e con semplicità, avvertono i manifesti del governo. 


Quanto all’automobile, l’appello è di usarla in città quando è necessario, preferendo i mezzi pubblici, la bici e le più salutari passeggiate. In alcuni manifesti, infine, viene indicato il consumo di energia per ciascun elettrodomestico o gadget elettronico. La campagna per il risparmio energetico in Giappone fa appello sui sentimenti di unità nazionale del popolo (“Uno per tutti, tutti per uno. Tutti insieme risparmiamo energia” recita un poster), e i risultati sono già molto concreti. Nelle ultime due settimane, da quando sono partiti gli appelli alla popolazione,  la domanda di elettricità dei giapponesi è scesa di circa il 10 per cento. Un taglio reso possibile solo da due parole: non sprecare.



Ancora una volta l'arte si fa portatrice di un messaggio e il disciplinato popolo giapponese la ascolta.





lunedì 20 febbraio 2012

Banksy, un vandalo da amare

Diretto. Irriverente. Sovversivo. Seducente. Connessioni surreali che allo stesso tempo sottolineano una critica alla società a tutto campo. Un percorso atipico per un artista di strada, Bansky si muove nell'anonimato da Bristol (sua città di origine) a partire dalla fine degli anni ottanta iniziando dalla strada, per arrivare anche a gallerie e musei. 
Banksy ha disseminato immagini ironiche, sferzanti, antiautoritarie negli angoli più inaspettati del mondo trasformando il vandalismo in un'azione artistica senza precedenti.
Viene definito un "Robin Hood" da Thierry Guetta, videomaker francese che ha dedicato gran parte della sua vita a documentare l'opera dei più grandi esponenti della street art, nonchè protagonista del primo film di Banksy "Exit Through The Gift Shop" (2010).
Nei primi minuti del documentario, Banksy, l'anonimo incappucciato afferma: «Ho girato un film su uno che voleva fare un film su di me».
Le azioni più forti firmate Banksy sono le incursioni nei musei, per la prima volta nel 2003 entrò come comune visitatore al British Museum di Londra e appese ai muri, tra i capolavori dell’arte, alcune delle sue creazioni.
Geniale. Banksy si presenta al mondo.
L'effetto mediatico fu immediato. Riflettori puntati su quadri dipinti in perfetto stile settecentesco, con l'aggiunta di alcuni particolari completamente anacronistici: nobili del Settecento con bombolette spray, dame di corte con maschere antigas, ecc. 
Eppure Banksy è un vandalo, stravolge e trasforma opere di valore pubblico, "imbratta" le strade. Una delle vandalizzazioni più quotate e famose è una cabina del telefono, presa dalle strade di Londra, tagliata, spezzata, lavorata in studio e ricollocata per la strada. Guardata per giorni con sospetto dagli inglesi, l’atto vandalico fu venduto all’asta da Sotheby’s per quasi mezzo milione di sterline.

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Banksy. Phonebox.
Banksy critica la società del consumo, il militarismo, l'arte. Ed è ancor più irriverente nel suo essere diventato famoso. Ride, forse, perchè lui il mondo che lo vuole famoso "lo schifa".
Furbo come ogni writer che si rispetti, riesce sempre a evitare la security, anche a Disneyland, dove nel 2006 prima del memorial dell'11 settembre è riuscito a "esporre" una riproduzione a dimensioni naturali di un prigioniero di Guantanamo.
Banksy è definito dai giornali anglosassoni un "guerrilla artrist" per il suo carattere sovversivo.
Una delle opere più coraggiose improntate sul senso della guerra e l'esclusione sono i nove graffiti  realizzati da Banksy sulla West Bank Barrier in Cisgiordania nell' agosto del 2005, essi si configurano come realizzazioni di idee-utopie volte al superamento del muro. Sempici, fiabesche, quasi innocenti, come la semplice scala che potrebbe essere disegnata da un bimbo speranzoso.

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Banksy. Balloon Girl.
Decontestualizzare per criticare il sistema: questa è la sua tecnica che ha scosso il pubblico con l’installazione dei chicken Mc Nuggets in un’aia, o i bastoncini di pesce messi in un acquario.
Mi piace. Mi piace tantissimo. Vorrei sapere usare il suo sarcasmo per creare qualcosa di geniale nel mondo di cui mi occupo, del mondo di cui sono stufa, che mi fa sentire stretta nei suoi codici e i suoi "imperi". 
Senza dubbio scaltro e fortunatissimo, ogni giorno scopro qualcosa di questo "lui" che mi fa pensare che le sue (dis)connessioni sono meravigliosamente azzeccate. Lo invidio. Per non averci pensato prima io.

Consiglio a tutti il film "Exit Through The Gift Shop", specialmente a coloro che hanno pregiudizi sulla street art e chi si sente offeso e infastidito da questa forma di espressione.

Per i viaggiatori: Banksy Locations Map in London

Vi saluto con una frase "rubata" dal sito di Banksy "Si prega di non seguirmi su Facebook o Twitter perché non sono lì."




domenica 19 febbraio 2012

Ho il diritto di non applaudire | Appunti di una spettatrice

Basta poco per sentirsi offesi, ricattati da alcuni registi che in nome della loro fama e del loro nome scelgono di mettere in scena insulse opere appiccicando etichette di "tendenza" quali: teatro di ricerca. Teatrodanza.
Premetto che questa non vuole essere una critica di un'esperta, ma una riflessione libera di una libera spettatrice, che rispetta immensamente ogni espressione artistica, purché sia sostenuta da "qualcosa", abbia fondamenta reali, fatte di fatica e pensiero.
Mi trovo reduce da una delle esperienze più faticose della mia vita di spettatrice. Un teatro pieno quello che attende la rappresentazione di Enrico V di Pippo Delbono, nella "sua" Genova.
Uno Shakespeare scarnificato: interessante. Forse.
La sua inconfondibile voce è caratterizzata da due tipologie espressive, urlo/mi confido a voce bassa. Vengo sottoposta alla creazioni di immagini forzate, anzi peggio, forzatamente copiate da spettacoli già visti triti-ritriti, una povera Bausch violentata nelle sue forme espressive più intime.
Stesse formazioni, stessi gesti, stesse atmosfere. Un copia-incolla che di ricerca ha poco.
Definito nei migliori siti di teatro europei un genio del teatro sperimentale, Pippo Delbono sceglie di rappresentare se stesso, come spesso succede a chi si è troppo abituato a stare sulla scena.
Un continuo non-giustificato uso dei corpi: sono presenti un gran numero di corpi-possibilità sulla scena, che non vengono usati. Sono una cornice che si monta e si smonta a servizio di tre attori stanchi, senza energia e soluzione.
La ricerca musicale, unico punto a favore. Ma anche qui si tratta di una ricerca ad effetto. Troppo facile vincere utilizzando le atmosfere Bauschane di Koktakthof, la musica francese anni '30. Troppo facile usare gli alti volumi e usare un sordo "Urlo" di Munch. A questo punto, preferisco una scelta radicale di svuotamento. Preferisco pagare il biglietto per un palco deserto e ascoltare buona musica. Mi sentirei meno offesa.
Rubando una frase alla persona più importante della mia formazione artistica, definirei ciò che ho visto/subìto "l'avanguardia della retroguardia".
Quindi nasce in me e in altri spettatori con cui condivido esperienze teatrali, riflessioni intellettuali e di ricerca, la domanda del perchè il pubblico e la critica sostengano determinate realtà. Non si tratta di una ricerca estetica, non pretendo di vedere qualcosa di bello, non mi interessa: voglio ricevere, voglio stare male, voglio esser posta davanti a qualcosa che non sono in grado di affrontare. 

"Il teatro di Pippo Delbono si basa su un rigoroso lavoro sul corpo e sulla voce. Gli spettacoli realizzati con la sua compagnia sono stati presentati in più di 50 paesi del mondo. Enrico V - la sua unica creazione basata su un testo teatrale - è il solo allestimento italiano tratto da Shakespeare andato in scena alla Royal Shakespeare Company."

Da queste righe rubate ad uno dei tanti articoli trovati in rete, posso dedurre di aver assistito ad uno spettacolo importante, che ha ritagliato un suo spazio su palchiscenici e realtà molto ambite.
Quindi? sono io a non aver strumenti a sufficienza per saper trovare la qualità in quest'opera? 
Il problema delle etichette è il motore che smuove le mie riflessioni. Tutto diventa teatro, tutto diventa danza. Non è il fatto di decidere di muoversi a legittimare l'uso del movimento.
L'uso del corpo, deve essere dettato dalla necessità espressiva. 
Credo che non tutti possano permettersi di ispirarsi alla pioniera del teatrodanza, poichè essa porta con sè una dimensione poetica capace di tradire il corpo e il movimento a servizio dell'espressione, rendendola unica ed irripetibile. Non è zompettare su un palco una necessità, è una scelta. E si vede. Si sente.
Cari registi, coreografi, manager dello spettacolo, non crediate che il pubblico sia un grande contenitore in cui riversare i vostri deliri di onnipotenza. Non crediate che tutto sia concesso, solo perchè siete stati baciati dalla fortuna, o meglio dalla critica.
Finchè vi accontenterete di essere applauditi per il vostro nome e non per la vostra opera, non ci sarà mai innovazione. Ho più paura di chi giudica, chi premia, chi ha il potere di rendervi famosi, che di voi.

Frammento di training durante le prove di Enrico V



martedì 14 febbraio 2012

Il fascino della perfezione | Vaganova e il Balletto Classico


Oggi ho avuto l'occasione di assistere ad una lezione del VII° corso Vaganova in un' Accademia della mia città, rimanendo strabiliata dalla perfezione dei corpi scolpiti dalla danza classica.
La tecnica Vaganova, di origine russa e poi importata in tutto il mondo, ha il potere di incantare l'occhio di qualsiasi spettatore, forse ancora di più l'occhio di chi quell'insegnamento lo ha vissuto sulla propria pelle, i propri tendini e articolazioni, come me.
Agrippina Jakovlevna Vaganova (1879-1951) fu colei che perfezionò e sistematizzò l'arte del balletto classico e la scuola Russa.
Con il libro "Basi Principali del Balletto Classico", uscito per la prima volta nel 1934, il Balletto Russo si è consolidato a livello mondiale, attraversando i confini di tutti i paesi.
Il metodo spiegato in questo libro, di cui io posseggo una preziosissima prima edizione (tradotta in italiano) del 1976, è finalizzato all'insegnamento del balletto classico e rappresentò un notevole contributo non solo alla pratica della danza ma anche alla teoria.
Il merito di Agrippina Vaganova è stato quello di analizzare in modo dettagliato i singoli elementi tecnici, prendendo tutti i passi della tradizione accademica, ed aver elaborato un sistema severissimo di esercizi caratterizzato da un crescendo di difficoltà tecnica e complessità compositiva (esecutiva e di combinazioni), graduato in otto anni di studio, organizzato in modo da assicurare uno studio progressivo, in grado di sviluppare muscolatura, musicalità e coordinazione.


Senza dilungarmi troppo sulla storia di questo metodo, desidero soffermarmi su ciò che questo metodo "smuove" in me.
Sottoporre il corpo al "trattamento Vaganova" significa innanzitutto decidere di trasformarlo radicalmente, con una dedizione quotidiana, con una delle maggiori dosi di fatica e caparbietà che mai mi sia capitata di osservare in altre discipline della danza.
Ogni giorno è utile a costruire, a rafforzare, a disciplinare l'intero corpo, sublimando la fatica (cercando di farlo nel migliore dei modi) al servizio dell'estetica. Componente dominante.
Le posizioni non sono mai transitorie, il Metodo non permette di sfuggire alle posizioni più faticose e dolorose, anzi, obbliga (spesso per degli "accordi" tra danza e musica) a restare lì il più possibile, per poter abituare il corpo a reagire, ad essere veloce e preparato muscolarmente.

Osservare quei corpi impegnati a oltrepassare il proprio limite mi ha fatto rivivere alcuni momenti di grande gioia e alcuni di grandissima demotivazione, mi ha fatta partecipare alla loro fatica e al loro respiro.
Sono gambe meravigliose, quelle scolpite da Vaganova, sono gambe stese e capaci di reggere fatiche "disumane". Mi chiedo come una disciplina così pogo gentile nei confronti dell'anatomia naturale dell'uomo possa rendere un movimento così aggraziato, così perfetto ed etereo.
Ancor più mi stupisce come ci siano ancora oggi ragazzi giovani, giovanissimi, disposti a soffrire così tanto e spendere così tanto tempo per il proprio grande amore che è la danza.
Li ammiro. Credo nel loro sogno anche io nelle ore in cui li osservo, perchè lo meritano, chi più chi meno, forse anche perchè la natura li ha premiati, dando loro anche ruotate, schiene flessibili e bei piedi.
Osservare le loro mani scivolare sulla sbarra, acchiapparla con forza prima di cadere da un equilibrio o da un giro, riconoscere in loro tutti i "vizi" e le attitudini di ogni danzatore, come scrocchiarsi le dita dei piedi, tirare la schiena e i tendini stanchi, appena se ne ha l'occasione, tra un esercizio e l'altro.
Ho scoperto ancora una volta di avere anche io una sensibilità estetica che a volte dimentico di avere, di essere rapita dal fascino dei capelli disciplinati in uno chignon.
Stasera ho un po' voglia di sognare, forse oggi mi sono ricordata perchè, tra le tante inclinazioni artistiche e creative che possiedo, ho scelto la danza.
Chi mi conosce lo sa che difficile rapporto ho avuto con la "signora Vaganova", nonostante tutto la ringrazio perchè ho imparato il valore della sofferenza, della disciplina, del "niente è impossibile", del "non ci sono scuse", che il corpo va combattuto, non solo vissuto per come è. Ho imparato a distinguere cosa è di qualità e cosa non lo è. Ho imparato ad innamorarmi di un movimento, che dura quel che dura e se lo volessi rivedere uguale, so che non sarebbe più lo stesso.
E' bello sapere che non tutti possono farlo, mi commuove come un atleta che taglia il traguardo non vedendo nessuno farlo prima di lui.
Ebbene si, devo ammetterlo: siamo fortunati se almeno per poco, in qualunque momento della nostra vita, abbiamo incontrato la danza classica.


Fonti: "Basi Principali del Balletto Classico" di Agrippina Vaganova, Ed. italiana a cura di Giuseppe Rota e Paolo Bergotti, Tersicore Milano 1976


domenica 12 febbraio 2012

Vèronique Doisneau | Decostruzione di una favola


Un assolo che dura per sempre, un palco troppo grande, troppo vuoto, quello che ospita Véronique Doisneau, nome dell'opera e della protagonista della piéce di Jérôme Bel del 2004.
Una voce timida e opacizzata dalla fatica del corpo ci prende per mano e accompagna all'interno dell'Opera de Paris, creando una dicotomia tra lo sfarzo, la perfezione architettonica e l'imperfezione dell'umanità.
Véronique Doisneau sola sulla scena, nella sua ultima performance, arrivata, a 42 anni all’età del pensionamento, riconsidera la propria carriera di ballerina all’interno di una delle più temute istutuzioni della danza. 
Il solo Véronique Doisneau è un tributo ai danzatori del corpo di ballo, figure di minor rilievo, che hanno abbandonato il sogno di diventare etoile.
I suoi abiti raccontano molto della sua vita, una divisa senza tempo, una calza maglia per coprire le spalle, un tutù sgualcito e le scarpe da punta.
Si presenta, racconta della propria vita, i figli, la sua quotidianità, ciò che sfugge ad ogni spettatore davanti ad un corpo di ballo, troppo preso ad ammirare la bellezza e la potenza di un danzatore per poter invece pensare alla sua umanità.
Siamo abituati a vivere e pensare la danza come esperienza straordinaria, quasi "disumana". Il racconto spoglio di Véronique è una confidenza profonda, è l'intimo capace di sfiorare la sensibilità di un pubblico che è poco abituato a cercare la verità.

Canticchia una delle variazioni che preferisce, tratta dal terzo atto de "La Bayadère", la danza, come una bimba nella propria camera da letto. Respira a fatica, la voce trema. Non è facile accettare di vedere la danza in questo modo, spogliata di tutto il suo apparato musicale, costumistico e scenografico. 
Il solo Véronique Doisneau è la "confessione" di ciò che lei è, le lunghe pause, la necessità di bere dalla bottiglietta dell'acqua.
Racconta di sè, dei propri gusti a proposito di coreografia, di ciò che ha imparato da Merce Cunningham: danzare in silezio, ascoltare il ritmo dei danzatori.

Ci si perde in questo racconto, che con drammaticità racconta un mondo difficile, fatto di frustrazioni, forse di rimpianti, di fragilità. Confida le proprie debolezze, storie di un fisico non del tutto idoneo alla carriera di danzatrice, la frustrazione davanti alle gerarchie del teatro, un' ironia che ci racconta sogni infranti, la fatica di essere parte di un corpo di ballo che per necessità estetiche lascia immobili in una posa per minuti e minuti un'artista. Ci avete mai pensato? Il "Lago dei cigni" eseguito da una danzatrice "di fila", i lunghi minuti di immobilità, essere un "decoro umano" al servizio delle "star". Confida il suo bisogno di urlare, durante il secondo atto di uno degli spettacoli più famosi della storia.
Un grande esempio di come la macchina teatrale non sia nella realtà come appare. L'unica verità di cui sceglie di godere, Véronique, sono gli applausi del pubblico, la "sua parte preferita", dopo essersi inchinata più volte, raccoglie i suoi pochi oggetti di scena e lascia il palcoscenico. Forse per sempre.

Jérôme Bel ha compiuto un atto di estrema libertà, cercando di investigare da nuovi punti di vista alcuni aspetti della danza, che poi fanno parte del grande "magma" dell'esperienza umana, mostrando la natura dell'essere, che piaccia oppure no.

Se avete un po'di tempo (37minuti) da dedicare a voi stessi, non perdete questa occasione.

 

 

 





"Véronique Doisneau" ideazione Jérôme Bel con Véronique Doisneau estratti di coreografie di Jean Coralli & Jules Perrot, Marius Petipa, Merce Cunningham, Rudolf Nureyev.
Produzione film Opéra National de Paris – Telmondis 2005  (37’)
realizzazione film Pierre Dupouey e Jérôme Bel.


giovedì 9 febbraio 2012

Laboratori al Teatro Akropolis di Genova - Testimonianze ricerca azioni 2012


La Compagnia Teatro Akropolis, nata nel 2001 sotto la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, conduce una ricerca sul lavoro dell'attore in chiave fisico-espressiva come via per indagare l'origine del teatro e della filosofia. Partendo da studi e approfondimenti di natura filosofica riguardanti l'origine del teatro, il mito, la tragedia e in generale il pensiero scaturito dalla Grecia presocratica, il teatro diventa il luogo in cui è possibile dare manifestazione di queste prospettive. Attraverso un'azione e una parola estremamente rigorose ma libere da codici interpretativi e generi predefiniti e perciò poetiche e anti-rappresentative, gli attori e il loro agire diventano veicolo espressivo, portatori di un significato che scavalca le comuni regole comunicative, ma appartiene piuttosto alla sfera evocatrice e originaria del mito.

La compagnia gestisce a Genova il Teatro Akropolis, un luogo concepito per sperimentare e condividere nuove riflessioni sul teatro contemporaneo. In quest'ottica ogni anno il Teatro Akropolis organizza Testimonianze ricerca azioni, evento che raccoglie artisti e intellettuali a livello internazionale in un ciclo di spettacoli, conferenze, laboratori.

L'evento è ogni anno preceduto dalla pubblicazione di un volume a distribuzione nazionale che raccoglie gli interventi dei partecipanti e di coloro che a diverso titolo contribuiscono all'approfondimento dei temi e delle istanze che guidano il lavoro della compagnia, nell'ottica di una definizione sempre più puntuale del rapporto tra filosofia e teatro e in generale del significato della ricerca teatrale stessa.



16, 17, 18 marzo 2012
Butoh e Noguchi Taiso
laboratorio condotto da Imre Thormann

Il laboratorio, condotto da uno dei più prestigiosi danzatori e insegnanti Butoh a livello mondiale, verterà sui principi che costituiscono la base del movimento, la spirale, l'onda, la gravità, l'emozione, indagando la dinamica dei movimenti quotidiani e gli aspetti emozionali dell'espressione.

N° massimo partecipanti 15
Orari 16 marzo: 16–22 / 17, 18 marzo: 10–16


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23, 24, 25 marzo 2012
Gli ascolti - laboratorio è una cosa piccola
laboratorio condotto da Claudio Morganti

Il laboratorio rappresenta un'occasione per lavorare con una delle personalità più incisive della ricerca teatrale italiana. Le esperienze che accompagneranno l'attore in questo “piccolo e prezioso laboratorio” riguardano l’acquisizione di capacità imprescindibili e fondamentali per ogni attore: l’ascolto in scena, il movimento, l'attenzione.

N° massimo partecipanti 15
Orari 23 marzo: 18–22 / 24 marzo: 14–18 / 25 marzo: 10-14


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26, 27 marzo 2012
A caccia di fantasmi
workshop per fotografi e/o attori sullo scatto di scena in tempo reale
laboratorio condotto da Laura Arlotti, Claudio Angelini e Valentina Bravetti di Città di Ebla

Nei due giorni di lavoro i fotografi saranno a stretto contatto con gli attori, agendo in un set teatrale e lavorando sullo scatto non come reperto e ricordo ma come parte immediata e compositiva del lavoro di scena, in tempo reale. I fotografi saranno coinvolti in un'esperienza performativa attraverso lo scatto fotografico, mentre gli attori in un rapporto più intimo e ravvicinato con la macchina fotografica.

N° massimo partecipanti 12
Orari 18-23


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31 marzo, 1 aprile 2012
Istigare il corpo senziente
laboratorio condotto da André Semenza, Fernanda Lippi e Macarena Campbell di Zikzira Physical Theatre

Durante il laboratorio, i partecipanti lavoreranno seguendo l'approccio della compagnia anglo-brasiliana Zikzira alla preparazione del "corpo senziente". Attraverso la ripetizione di schemi di movimento e del loro smontaggio, verranno esplorati aspetti che costituiscono le pietre miliari della ricerca di Zikzira: il ritmo, l'”impulso somatico” e la scoperta di sfere acustiche ed emotive che risiedono nel corpo, individuabili attraverso risorse fisiche piuttosto che cerebrali.

N° massimo partecipanti 12
Orari 31 marzo: 14–19 / 1 aprile: 10–15


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17, 18, 19 aprile 2012
Esercizi di teatro impuro
laboratorio condotto da Marco Martinelli del Teatro delle Albe

Marco Martinelli, fondatore per il Teatro delle Albe della "non-scuola", propone un laboratorio sul lavoro dell'attore frutto dell'esperienza trentennale delle Albe. Durante i tre giorni si lavorerà a partire dai testi e dai monologhi contenuti nel libro Teatro impuro, scritto da Marco Martinelli, in cui si dipinge l'immagine di un teatro meticcio, contaminato, fondato sulla mescolanza e sull'incontro, espressione di una ricerca che in questa occasione viene aperta e condivisa.

N° massimo partecipanti 15
Orari 17-23




Informazioni aggiuntive su ogni laboratorio sono presenti sul sito di Teatro Akropolis:
www.teatroakropolis.com/TRA2012.
Per info e prenotazioni: laboratori@teatroakropolis.com




Fonte: www.teatroakropolis.com

sabato 4 febbraio 2012

Morgatta. Avventure di una Visual Fashion Designer decisamente pop


I Hate Fashion. "I HATE - If you hate, you love it". Chi non ama e odia la sua più grande passione? il suo mestiere o la "propria" arte?! 

Creativa, frizzante, diplomata in Fashion Design spazia a 360° il mondo della moda,    <Curiosa e irrequieta>  si auto-definisce Marina Savarese a.k.a "Morgatta", Visual Fashion Designer, classe 1980, nata a Vico Equense (NA), cresciuta in quel di Livorno, residente a Firenze da ormai 12 anni.
"I HATE BANANAS" è il nome del suo Blog, e “I HATE” è il letimotiv che accompagna i suoi progetti creativi, l'ultimo dei quali comprende un'intera crew che si muove con questo “spirito”. <Odio e Amore sono entrambi sentimenti forti che vanno spesso a braccetto. Io e la moda abbiamo un rapporto molto conflittuale, - spiega con sincerità Marina - come una storia d’amore: all’inizio era tutto meraviglioso, tutto nuovo, tutto come l’avevo immaginato; poi l’ho conosciuta meglio, ci ho convissuto, ci ho litigato, il sentimento è scemato, c’è stata una separazione, e poi un riavvicinamento>.
Amore per lo sviluppo di progetti, per l'aspetto creativo che in breve tempo vede realizzarsi una propria idea in qualcosa di tangibile, il fascino della comunicazione e gli eventi della moda. Odio per il fashion system, per chi si prende troppo sul serio, chi pensa solo ai numeri, chi sfrutta giovani creativi, chi produce senza un minimo di senso etico, chi si sente "figo" solo perchè fa parte di quest'ambiente, <diciamo la verità, la moda è meravigliosamente effimera. E come tale va presa>.
Odiato, amato, effimero e irresistibile il mondo della moda è un'ambizione lavorativa di molti giovani: le parole fashion, design, merchandising, diversi settori, diversi aspetti dell'approccio alla moda ma in realtà un Visual Fashion Designer come Morgatta, cosa fa?
<Che faccio? La mattina mi alzo e vado a lezione (lavoro al Polimoda come docente di Visual Merchandising, Ricerca Tendenze, Pop Up Store Retail);  torno a casa, rispondo alle mail, disegno, a volte per le aziende a cui faccio consulenza, altre volte per me (la mia collezione Pygiama&Superstar), seguo i miei progetti sul web (il mio blog, quello della collezione, quello del mio evento hip hop Female Jam) e quelli dei Temporary Store che ogni tanto apro-e-chiudo; nel tardo pomeriggio/sera insegno danza (hip hop) a bambini/adulti da ormai 10 anni. La sera, quando non do’ una mano al locale di un amico, torno a casa e continuo nelle mie ricerche e nei miei progetti>.
Essere "Multitasking" diventa un'esigenza sempre più radicata nella nostra società, se si vuole perseguire il proprio sogno, che diventa poi un obiettivo reale con cui fare i conti quotidianamente: <Certe giornate sono una corsa continua. Ma è così, un compromesso con me stessa per non scendere a compromessi con altri, lavorando dietro alla scrivania di una grande azienda. Preferisco muovermi, stare ferma non mi riesce. Fare progetti mi tiene viva...>.
Contaminare le proprie passioni con il proprio mestiere, a volte è possibile. 
Per un creativo le ispirazioni provengono da mondi diversi tra loro, da suggestioni raccolte nel proprio percorso personale.


L'innamoramento per la danza e la cultura hip-hop è stato per Morgatta un'ispirazione importante nella sua coloratissima e morbidissima linea "Pygiama&Superstar" che già dal nome suggerisce il concept: <comodo come un pigiama per essere figa come una star> tutto rigorosamente Made in Italy (sul serio!).
<La mia primaria ispirazione è stato il mondo dell'hip hop a cui sono devota da una vita e di cui sono profondamente innamorata: danza, musica, colori, materiali, forme. Ti dirò di più, il nome Pygiama&Superstar era nato molto tempo prima come nome di una possibile serata hip hop. Ovviamente la collezione è stata poi reinterpretata con dei capi non solo pensati per la danza, ma per tutti i giorni. Tagli e forme che possono essere sportive ed eleganti allo stesso tempo>.
La danza non si ferma ad essere ispirazione, ma è una condizione "necessaria" che Morgatta porta sempre con sè: <La moda necessita di performance: basta pensare alle sfilate...La mia prima (cioè seconda, dopo quella del diploma) è stata a Londra nel 2003 e mi ricordo di aver chiesto ai modelli di “ballare” e non di fare la classica sfilata...>.
Creare per gli altri è un po'come donarsi, un gioco di colori e abbinamenti.
<mi attacco molto alle mie creazioni, ma nello stesso tempo adoro vederle reinterpretate da chi le indossa. Io le metto (e le penso) in un modo, mentre gli altri fanno completamente altri accostamenti. E' divertente. E' quello che rende il gioco della moda interessante. Altrimenti sarebbero tutte copie (spesso brutte) degli outfit creati dagli stilisti (come succede molte volte). Mi piace vestire un po' tutti, prediligo le donne, ma anche gli uomini. Mi piacerebbe un sacco fare cose per show, anche un po’ pazzi tipo quelli delle Drag Queen o vestire personaggi assurdi alla Lady Gaga o Nicky Minaj...insomma, gente sobria, come me!>.

Seguite le fashion-avventure di Morgatta nei suoi progetti web:

Curiosate nel blog di Morgatta I HATE BANANAS
Oppure:
www.morgatta.com 

Buona creatività a tutti. Stay tuned!

mercoledì 1 febbraio 2012

16 video per scoprire Merce Cunningham.

 


"Mondays with Merce" è  un programma registrato negli ultimi dodici mesi di vita del danzatore e coreografo Merce Cunningham, che propone lezioni tecniche online accompagnate da interviste, spezzoni spettacoli, performance e testimonianze di artisti di ogni nazionalità e disciplina e tempo, come Jasper Jones, John Cage, Robert Rauschenberg, Frank Stella e Andy Warhol, che hanno collaborato con lui in settant'anni di carriera.
L'idea fu quella di voler "portare Merce nel mondo", come affermò Trevor Carlson.
La produttrice Nancy Dalva, giornalista culturale critica di danza che ha seguito il lavoro di Cunningham a partire dagli anni '70 si è occupata di condurre le interviste, affidandosi al "genio che aveva nella stanza".
"Mondays with Merce" non propone, ovviamente, lezioni per dilettanti: <non sono movimenti che la gente può provare a casa, (cit. Merce Cunningham) ma dirette ad un pubblico di addetti ai lavori.> 
Si tratta, infatti, di tecniche avanzate della Merce Cunningham Dance Company, composta da 14 selezionatissimi ballerini che ripropongono le coreografie di Merce Cunningham con la collaborazione di validi musicisti contemporanei e visual artists. Le principali attività di questa compagnia (rehearsals, performances, residencies, tours) sono supportate dalla “ Cunningham Dance Foundation” (direttori, manager, staff dello sviluppo, Merce Cunningham Studio).

Le sue lezioni sono dirette sia a mantenere l'allenamento e la potenza del corpo, sia a sperimentare movimenti sempre nuovi, che richiedano un uso diverso dei muscoli. Questa, infatti, è l’idea cardine che ha sempre ispirato la poetica di Merce: pensare la danza e il corpo del ballerino in modo sempre nuovo, indagando il movimento nello spazio e nel tempo.

A rendere possibile Mondays with Merce sono stati i contributi delle fondazioni Andrew W. Mellon, Rockefeller e Booth Ferris, oltre alla collaborazione della New York University. Questo perché Mondays with Merce non è stato soltanto il programma che ogni due lunedì ha portato online una nuova lezione di Cunningham; esso ha tutt'oggi anche un secondo formato più ampio, disegnato su misura per le università interessate a una sorta di corso a distanza. <Così che le scuole e le facoltà dove si studia danza a un certo livello - spiega Nancy Dalva - potranno richiedere, per esempio, tre lezioni complete e un insegnante per accompagnarle>.

Ancora una volta la tecnologia ha aiutato Merce Cunningham a lasciare testimonianza della sua grande opera e "missione" artistica, che tanto ha trasformato la danza, non solo di per sè ma anche in rapporto con le altre arti, come nel caso della musica.
L'intero archivio di "Monday With Merce" è un'esperienza molto interessante e formativa per tutti quelli che sono vicini o vogliono avvicinarsi al mondo variegato della danza contemporanea, per "assaggiare" la sua tecnica, comprenderne l'opera e la poetica,  scoprire la fitta rete di collaborazioni con i più disparati artisti e geni dell'arte che ha accopagnato l'intera attività compositiva di Merce Cunningham.
Una vita, dedicata alla danza e al suo senso più profondo. "As a moving image of life".

Merce. 1994.

Per saperne di più: www.merce.org
Buona visione e buona danza a tutti.
v.