giovedì 19 gennaio 2012

"Orfeo ed Euridice" un mito trasformato in Tanz Oper. Pina Bausch, 1975.

Opera danzata di Pina Bausch con musiche di Gluck.
Il mito viene trasformato in esperienza danzata. L'impianto coreografico si basa spesso sulla presenza di un "coro" che si rifà alla tradizione del coro nelle tragedie greche.


Tra le opere "giovani" di Bausch, la struttura coreografica si porta dietro ancora un rapporto con la classicità, creando una sottile ma potentissima relazione con la musica e un forte impatto visivo, dato dalle scelte scenografiche.
Uno spettacolo nel quale i protagonisti ballano accanto ai cantanti, creando una interessante coesistenza di situazioni, in una dolente e magica moltiplicazione dei sentimenti, con una magistrale attenzione a non confondere i piani tra coro, protagonisti e cantanti.
I temi più forti riguardano l'umano, investigazione tipica della ricerca bauschana, laddove i temi del mito riguardano ognuno di noi ed evocano il senso del dolore, l'accettazione della morte, il tema dell'impossibilità e della Natura, sempre a noi sovrana. Per quest'ultimo motivo, i richiami alla natura dal punto di vista scenografico sono moltissimi in Pina Bausch (terra, foglie, piante, fiori, acqua) in tutte le sue opere. Nel caso di Orfeo ed Euridice il senso di sradicamento è simboleggiato dall'albero secco, sdraiato, sul palcoscenico intorno al quale la coreografia si snoda durante l'Overture.



 Un lavoro di grande impatto emotivo che molti anni dopo la sua creazione Bausch affidò all’interpretazione del Balletto dell’Opéra di Parigi, di cui qui sopra vediamo il video.

Gluck nel primo atto dedica musicalmente molto tempo al dolore di Orfeo e questo dà la possibilità di percepire lo spessore emotivo di ogni passo danzato, ancor più amplificato dalla presenza del "coro".
 
Se l' opera gluckiana vira in chiave ottimistica il mito classico, facendo ricongiungere felicemente il poeta Orfeo e l' amata Euridice strappata all' oltretomba, la Bausch riconduce la vicenda "al clima di disgrazia, di lutto perenne delle origini", come lei stessa afferma.

Il consiglio è di vivere quest'opera nella sua totalità e lasciarsi colpire, senza filtri e senza barriere dalla bellezza e drammaticità di questa composizione, soffermandoci solamente a pensare quante questioni "mitiche" riguardano ancora oggi la nostra "umanità".

Controrilievi - v.
 

mercoledì 18 gennaio 2012

Personale a Reykjavik - ALEX RASO | WORDS DON'T COME FROM UNDER A CABBAGE LEAF

7FACTORY GALLERÍ Presenta a Reykjavik la Mostra Personale di Alex Raso

14.01.2012 3.02.2012
ALEX RASO | WORDS DON'T COME FROM UNDER A CABBAGE LEAF



Da Savona a Reykjavik. Un viaggio attraverso le più difficili questioni dell'umano: suicidio, Olocausto, sfruttamento e sessualità raccontate da Alex Raso.


Alex Raso tratta il tema del suicidio sul filo di lama con una serie di ritratti interamente realizzata con una tecnica particolare. Utilizza infatti, per distribuire il colore, una lametta da barba, che gli permette di ottenere un caratteristico effetto alle sue opere, rendendole spigolose ed essenziali con tratti netti e necessari. Ma perché l’impiego delle lamette? In parte per gioco, per voglia di sperimentare. In parte invece per humour nero visto il tema trattato: i suicidi. I soggetti dei ritratti infatti sono tutti personaggi del mondo dell’arte e della cultura che si sono tolti la vita. Non esclusivamente con la lametta, si intende. Da Ernest Hemingway a Mark Rothko, da Jack London a Arshile Gorky si comprende il mondo di Raso diviso tra letteratura americana e pittura moderna con un particolare riferimento all’eccentricità folle e immaginifica dell’avanguardia storica. Ma la presenza di scrittori come Cesare Pavese e Primo Levi determina qualcosa di completamente italiano, legato alla crudezza delle realtà e al realismo necessario per descriverla. Tutto questo però è dato senza spiegazioni, senza comunicare senso di vicinanza o lontananza dalla scelta del suicidio. Raso non rende esplicito quanto sia empatico o critico nei confronti del gesto estremo. Non ci sono patetismi o moralismi. I quadri parlano da soli e da soli sono sufficienti a comunicare i drammi umani degli artisti rappresentati. Infine è da notare il gioco di parole legato al suo nome: “raso” in italiano è il participio passato del verbo “radere”.


La serie di “America Lattina” consiste in riproduzioni stilizzate del continente americano sui materiali più diversi, recanti la scritta, che da il titolo alle opere, con i caratteri grafici della Coca-Cola. Il gioco di parole è nuovamente presente. L’America meridionale, latina appunto, viene contrapposta con la sua genuinità alla plastificazione dell’America settentrionale, rappresentata al meglio da una bevanda in lattina. E’ come se il sistema economico e culturale americano potesse avere in un prodotto il suo simbolo ed emblema o meglio ancora potesse essere riassunto esso stesso in un oggetto di consumo. In questo evidentemente si riecheggia Warhol e le sue riproduzioni in serie di materiale consumistico, tra cui appunto le lattine di Coca. Ma se in Warhol e nella pop art americana vi era quasi sempre un’ambivalenza di amore e odio verso la società dei consumi, in Raso la critica supera certamente l’apprezzamento. Per questo quindi Raso è figlio della tradizione pop italiana, della cosiddetta Scuola Romana di Piazza del Popolo di inizio anni sessanta. Le sue opere ricordano da vicino le serie di Mario Schifano, il maggior pittore pop italiano, per l’incisività degli stilemi e per la scelta del tema, ma anche i dipinti di un artista scandinavo ribelle e anticonformista come Öyvind Fahlström. La coniugazione di arte visiva e parola ha poi in Italia una forte rilevanza nel movimento degli anni ’70 di Poesia Visiva, che vede nell’ironico e rivoltoso Sarenco il suo riferimento cardine.

“Dove muore la parola, lo sciocco è pronto per l'amo”: con questa espressione Raso ci introduce alla sezione più politicamente schierata e al tempo stesso più politicamente scorretta della sua arte. Nei campi di sterminio il nazismo mette in scena il “riciclo” delle vite con una sadica “raccolta differenziata” di persone, ossa, denti, capelli e di oggetti appartenenti all’individuo: scarpe e occhiali. L’idea dell’opera prende spunto e forma dal logo del “riciclo”, tre frecce collegate l’una all’altra in un moto perpetuo. “Riciclate” a loro volta facendole diventare “svastica”, in un ironico e cinico gioco di re-design, Alex Raso denuncia con “humour nero” il dramma dei campi di sterminio. Ma è la parola il fulcro a cui viene attribuito un ruolo fondamentale d’impatto emotivo: è nella scritta sulle tavole di legno, un immaginario coperchio di una cassa, che è racchiusa la tragedia. Ritorna quindi il tema della morte, qui non però legata alla volontà del singolo di porre fine alla propria esistenza ma alla barbara storia delle stragi di massa.

La serie Sexualex consiste invece in loghi da cartellonistica raffiguranti le varie inclinazioni sessuali. Con due o tre barre a campitura uniforme l’artista riesce a comunicare in modo divertente la varietà e l’eterogeneità delle nostre camere da letto. Ne traspare, nella sua asetticità pubblicitaria, un ritratto della schizofrenia della nostra società caratterizzata dalla mercificazione del sesso, vera e propria ossessione del mondo occidentale, e unitamente dall’omofobia e dal disprezzo del diverso. Un modo giocoso per prendere in giro le catalogazioni e per dimostrare quanto siano inutili le chiusure mentali. In questo campo Raso si serve della sua notevole esperienza nel campo della grafica grazie alla quale è molto attivo in ambito editoriale e pubblicitario.

Raso frequenta infine un altro genere. Quello più strettamente oggettuale, figlio delle sperimentazioni del ‘900. L’arte del secolo passato infatti, a fianco delle numerose ed entusiasmanti avventure pittoriche, figurative o astratte, vanta una linea di ricerca oggettuale. Dal dadaismo alla pop art fino ai giorni nostri si fa spazio l’impiego di oggetti di uso comune nella creazione di opere. I percorsi artistici in questo campo però sono due e la biforcazione delle strade, parallele e opposte, è evidente fin dagli albori del settore. Da una parte Duchamp con i suoi ready-made, oggetti presi dal mondo quotidiano, firmati e posti sul piedistallo. Scolabottiglie o portacappelli utilizzati senza praticare variazioni o modificazioni ed assurti ad opera d’arte grazie ad una riflessione puramente filosofica. Questa pratica darà vita alla strada analitica e concettuale dell’arte contemporanea e avrà in Italia il giocoso e irriverente Piero Manzoni come suo più importante ambasciatore. Dall’altra invece l’avventura di Man Ray e dei suoi oggetti surrealisti frutto di combinazioni e incastri, interventi dell’artista e vere e proprie ri-creazioni. Da un lato quindi la riflessione sull’arte, dall’altro l’invenzione puramente creativa ed estetica. La neo-avanguardia degli anni ’60-’70, internazionale e italiana, sarà figlia di queste due esperienze. Nonostante Duchamp abbia contato di più nelle coscienze dei giovani artisti, la sua opera è stata traghettata grazie ad interventi estetici verso la posizione di Man Ray. Nascono così i new dada americani e i nuoveaux realistes francesi ma anche gli “artisti poveri” italiani. Ed è alla frangia più divertita dell’”Arte povera” nostrana che Raso sembra riallacciarsi: Boetti, Pistoletto e Pascali ma anche a figure isolate e meno note come quella di Luca Maria Patella. Prendiamo per esempio l’opera “Sapeva troppo dell’artista”. Una mano emerge da una sezione di un pilone di cemento armato che ricorda l’atroce prassi mafiosa. Questa realizzazione ha in sé tutto il mondo di Raso: la critica alla società, in questo caso alle criminalità organizzate, ma anche il gioco dato dal fatto che si tratta della mano dell’artista stesso. Raso quindi sa troppo di sé. E’ un paradosso ma allo stesso tempo ricompare la tematica del suicidio dei ritratti in serie. Oltre al “nuovo” un elemento fondamentale dell’arte contemporanea è lo “shock”, lo stupore massimo cercato e talvolta ottenuto nel pubblico. In questo terreno sembra che negli ultimi anni la figura di Cattelan sia la più rappresentativa. Da quando dopo la Transavaguardia, in clima postmoderno, è sembrato lecito e doveroso affiancare, in Italia come altrove, al ritorno alla pittura la continuazione delle ricerche avanguardistiche, è emersa una tendenza esasperata allo scandalo. La riflessione di Duchamp e l’assemblage di Man Ray ridotte quindi a occasioni per fare soldi, a trucchi per ottenere successo. Raso in questo sembra animato invece dalla reale passione per quella cultura, quella dell’avanguardia storica e della neoavanguardia così svilita negli ultimi anni da operazioni di marketing. Le opere oggettuali di Raso sono la continuazione più naturale dei suoi jeux des mots, tanto da sembrare “giochi di parole tridimensionali”, rese plastiche di trovate verbali.


7factory galleri, Fiskislóð 31